02/05/2010
Quel vincitore aveva l'aria d'un corbello
Spinello, dal canto suo, era oppresso dalla gioia. Quel vincitore
aveva l'aria d'un corbello. Scusate il paragone, ma io mi son sempre
figurato cos i trionfatori romani, e pi particolarmente il Petrarca,
quando lo portarono a prendere la corona d'alloro sulla vetta del
Campidoglio. Doveva essere abbattuto il povero messer Francesco;
doveva essere come sbalordito col pensiero della grandezza di Roma
nell'anima e l'immagine di madonna Laura negli occhi. L'amore e la
gloria, il fuoco vivo e la luce rutilante; ma altres i due pesi pi
grandi che possa portare un uomo, nel sentiero della vita, che cos
pieno di ciottoli insidiosi e di buche traditore.
Il maestro lo aveva abbracciato, con le lagrime agli occhi. Parri
della Quercia gli aveva stretta la mano dicendogli: "bene!" con tutte
le forze dell'anima. Tuccio di Credi, venuta la sua volta, gli aveva
soggiunto:
--Godete gli applausi; essi vi aiuteranno a sopportare le fischiate.
Perch, badate, la vita tutta cos; oggi in alto, sul candeliere,
domani gi, e costretti a correre come cani bastonati.--
Tuccio di Credi era un filosofo pessimista. Ma il suo ragionamento non
dispiacque a Spinello. Si ascoltano bene anche i pessimisti, quando si
nella pienezza della felicit. Il richiamo alle ingiustizie che
v'aspettano, fa l'effetto d'una dissonanza armonica, che produce una
bella variet nel pezzo e vi fa solletico non ingrato all'orecchio.
Del resto, le noie erano un retaggio del futuro, e Spinello viveva
affondato nel presente, si beava negli occhi di Fiordalisa, anche lei
oppressa dalla gioia, piena d'un senso nuovo, che non aveva tempo a
studiare. Perch, poi, ci avrebbe studiato su? Il mondo le pareva una
gran bella cosa, e questo era l'essenziale. L'aria aveva tesori
ineffabili, fragranze arcane, che le assopivano il sangue nelle vene.
Presentiva una beatitudine, un'estasi, come il corpo mollemente
adagiato in un morbido letto attende e pregusta un bel sogno. In
quella soave dormiveglia dei sensi, la bella fidanzata porgeva
orecchio al susurro dell'aura e al bisbiglio d'una voce sommessa. Quel
susurro le diceva: la vita bella cos; quel bisbiglio le diceva: io
t'amo.
Nell'amore ogni pi piccola cosa un mondo; e un mondo nuovo per
giunta. Ci si ferma piacevolmente intorno a certi nonnulla, che in
ogni altro momento della vita a mala pena si avvertono. Guardando un
viso amato, poi, quante meraviglie si scoprono! Che tesori, che
rapimenti, che ebbrezze! Quand'anche un occhio esercitato, e memore
delle sue esercitazioni, scoprisse un lieve difetto, verrebbe subito a
piacere il difetto, quasi bellezza nuova, quintessenza di perfezione,
suggello di verit, come il marchio nell'oro! Perch, infatti, che
cosa si cerca pi avidamente nel bello, se non la sua incarnazione? E
la nota del vero non essa che distingue la donna dalla statua, la
realt dal sogno?
Mettendo qualche necessario intervallo nelle sue contemplazioni,
Spinello andava ogni mattino al Duomo vecchio, dove erano ancora da
finire nuove opere di mastro Jacopo. Ma il vecchio pittore si
vergognava di occupare in troppo umili uffici il suo famoso scolaro.
--Senti,--gli disse una volta,--non da te raccattarmi i pennelli e
mesticarmi i colori. Hai fatto test un'opera bella e giustamente
lodata; ma non devi riposarti sugli allori. Ti consiglio di provarti
subito in un'altra, e di maniera diversa dalla prima. Il buon
arcadore, quando va alla battaglia, porta sempre con s due corde di
rispetto. Non ti basti di essere un frescante. Il fresco un bel modo
di dipingere, e forse il migliore tra tutti, poich esso sfida i
secoli e si raccomanda alla memoria delle pi tarde generazioni. Ma
anche una bella tavola dipinta a tempera pu avere i suoi pregi agli
occhi dei posteri. Ed ora che mi rammento, i tuoi nemici ti accusavano
di non aver mai copiato dal vero. Fa un ritratto, e sia quello della
tua fidanzata. Sicuro; tra due mesi me la rubi; lasciami almeno il suo
ritratto in casa. Ti va?
--Padre mio!--grid Spinello, confuso.--Se osassi!...
--Gi, dovevo rammentarmelo, che tu non osi mai. Strano ragazzo! Ma se
son io che ti permetto! se son io che ti prego!
--Oh, non dicevo per questo;--rispose il giovane.--Non oso, perch
temo di non venirne a capo. L'idea di ritrarre il volto di madonna
Fiordalisa m' gi passata pi volte per la testa. Anzi, ve l'ho a
dire? Quando sono a casa mia, quando mi trovo solo nella mia
cameretta, cerco di consolarmi dell'assenza, segnando sulla carta il
profilo di madonna. E mi vien sempre male, sempre male, che una
morte a pensarci.
--T' pur venuto la prima volta; te ne ricordi?
--S, ma erano appena quattro segni. Davano l'aria di madonna
Fiordalisa, ma non erano il suo ritratto. A fare una cosa che meriti
questo nome, si vogliono giusti contorni; non basta accennare, bisogna
dipingere, e tutte le parti pi minute debbono essere fedelmente rese.
Ora, vedete, padre mio, quando io mi metto all'opera, risoluto di non
contentarmi ad una vaga somiglianza, mi trovo subito impacciato, e mi
accade che.... con tutte le migliori intenzioni del mondo... con tutti
i pi saldi propositi.
---Vuoi dire che ti casca l'asino? Ho capito;--disse mastro
Jacopo.--Ma questo naturale. di pochi il ricordare appuntino tutte
le fattezze d'una persona assente, per modo da poterle rendere con
precisione sulla carta. Questa una bella memoria; ma non gli da
questa qualit che si conosce il pittore. Val meglio, assai meglio,
saper copiare con diligenza quel che si vede, anzi che rammentare a un
dipresso quello che si veduto una volta. Abbi l'originale
sott'occhio, e se non ti verr fatto di esprimerlo con verit, allora
soltanto dovrai disperarti. Dunque, siamo intesi; comincierai da
domani.--
Spinello accett l'invito del maestro con un misto di timore e di
desiderio. In fondo in fondo, non avrebbe fatto niente pi di quel che
faceva ogni d. Non era egli sempre con gli occhi addosso a madonna
Fiordalisa? Ma il guaio era questo, che egli ci sarebbe stato
quind'innanzi, non pi per far tesoro di sensazioni dolcissime, bens
per esprimere su d'una tavola ingrata ci che i suoi occhi vedevano
cos bene, e che le dita avrebbero reso cos male.
--Madonna,--diss'egli a Fiordalisa quella medesima sera,--vostro padre
desidera che io mi provi a ritrarre le vostre sembianze. Lo consentite
voi?--
14:05
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02/04/2010
L'impressione fu buona, anzi ottima
L'impressione fu buona, anzi ottima. Si maravigliavano che un giovane
avesse saputo far tanto. E pi cresceva lo stupore, quando si veniva
ad osservare in ogni sua parte il dipinto. La composizione era
saviamente ideata e distribuita con raro giudizio. Nobilissimo
l'atteggiamento del Santo, e bene inteso. Naturalmente collegata, la
doppia azione della figura, con quella destra levata a benedire e
quella sinistra distesa indietro per accennare al suo popolo che
volesse star cheto e tranquillo. Il terrore, l'ansiet, la speranza,
erano efficacemente espressi in quei volti e in quelle mosse d'uomini
e donne che si accalcavano nel fondo del quadro. Solo alle prese col
serpente san Donato mostrava una serenit maravigliosa, giustificata
dai primi effetti della sua benedizione. La belva, cos minacciosa
nell'orridezza delle forme e nel lampo degli occhi, da far rizzare i
bordoni ai riguardanti, si contorceva nello spasimo dell'agonia;
voleva ancora uccidere e si sentiva morire. Tutto ci era reso
stupendamente, e composizione e disegno facevano onore all'artista.
Nessuno, degli intendenti, poteva dire che fosse opera di mastro
Jacopo. Si notava un fare che non era il suo, per solito pi leccato e
pi languido. E il colore? Bisognava vedere il colore, com'era pieno
di vaghezza e di sugo.
--Pieno, fin troppo;--aveva notato uno di quei critici che cercano il
pel nell'uovo e non disperano di trovarcelo.
--Il dipinto ancora un po' fresco;--rispondeva un
vicino;--aspettate.
--Vuol dire che non abbiamo ancora la tinta vera;--ripigliava
quell'altro.--Come giudicarne allora? Seccando l'intonaco, non
potrebbe sbiadire il dipinto? Gi nell'affresco, l'essenziale di
conoscere il valore delle tinte. Come volete che lo conosca lui, a
vent'anni, o gi di l?--
Ad onta di questa critica, che gi voleva tirare in ballo il futuro,
l'opera di Spinello Spinelli fece un chiasso da non dirsi a parole. E
per tutto quel giorno e per altri alla fila ci fu grande concorso di
popolo nel Duomo vecchio d'Arezzo. Per giudizio universale, la citt
poteva rallegrarsi; il suo pittore era nato.
Mastro Jacopo accoglieva con la sua aria burbera le congratulazioni
dei cittadini.
--Non parlate di me, che non c'entro;--rispondeva egli a coloro che
volevano riferire agli insegnamenti suoi il merito di un cos valente
discepolo.--Io non gli ho insegnato quasi nulla. venuto da me come
poteva andare da un altro, e da un altro sarebbe riescito lo stesso
che riescito da me. L'unica differenza che io posso ammettere
questa, che un altro si sarebbe ingelosito di lui, lo avrebbe tenuto
gi, molto gi, e non gli avrebbe certamente dato da dipingere una tra
le medaglie a lui allogate. Io, invece, ho fatto per Spinello Spinelli
quel che si fa, o che si dovrebbe fare, per un amico. Ma, per carit,
non mi parlate d'insegnamenti. Quel benedetto ragazzo aveva gi la
scintilla in testa, l'ha portata nel mio focolare e s' acceso il suo
fuoco da s. Un'occhiata a ci ch'io facevo, ecco tutto. Perch,
infine, la parte manuale, la praticaccia dell'arte, bisogna
apprenderla da qualcheduno. Ma qui si ferma il merito mio. La verit
una e va detta senza risparmio.
--Per altro,--gli rispondevano,--Spinello Spinelli si loda molto di
voi e ripete a tutti che vi debitore d'ogni cosa.
--Spinello ha buon cuore e parla come il cuore gli detta. Ma scusate,
come sarebbe possibile che io nel giro di pochi mesi gli avessi
insegnato tanto? Volete che vi dica io com' andata? Spinello aveva la
testa fatta in quel modo che l'hanno i grandi pittori, piena di verit
e di magnificenza. Aveva il sentimento del colore negli occhi;
l'argento vivo sulle dita; la febbre dell'arte nel sangue. Tale era
Giotto di Bondone, e tale sarebbe stato, anche se, scambio di Cimabue,
lo avesse veduto e preso con s un pittoruccio da dozzina. Per
intender Giotto non occorreva, in fede mia, esser neanche una cima;
bastava non essere a dirittura un bue.--
Con questa celia mastro Jacopo si liberava dai piaggiatori ostinati.
Forse caricava un po' troppo la dose; ma era necessario far cos, per
levar di mezzo la diceria del Chiacchiera e de' suoi degni colleghi,
secondo i quali mastro Jacopo doveva aver messo mano nel dipinto di
Spinello.
--Non lo diranno pi, per bacco baccone,--borbottava egli tra i
denti,--non lo diranno pi che il San Donato farina del mio sacco.--
Ai massari del Duomo vecchio, poich ebbero veduto il dipinto e udita
quella gara di lodi, mastro Jacopo parl in questa guisa:
--Orbene, messeri onorandissimi, che vi pare? Dobbiamo noi rastiare
l'intonaco e dipingere un altro Miracolo di san Donato?
--Ah, mastro Jacopo, avevate ragione voi;--risposero quei
valentuomini.--Ecco uno scolaro che vi far onore.
--Dite un genero, messeri, un genero che mi far contento.
--Ah, s, quello il premio che gli date. Se buono d'indole come
valente di mano, fortunata la vostra figliuola, e fortunato voi,
mastro Jacopo.--
Il vecchio pittore tornava a casa con un cuore tanto fatto. Egli era
il pi felice tra tutti i babbi d'Arezzo.
14:04
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23/03/2010
Il vanitoso si vestiva delle penne del pavone
"Tutta Arezzo lo sa" aveva detto il Chiacchiera. Ma tutta Arezzo non
lo sapeva ancora; bens lo seppe, quando i tre fannulloni furono
usciti dalla bottega di mastro Jacopo ed ebbero divulgata la nuova ai
quattro punti cardinali. Spinello, il figlio di Luca Spinelli, quel
giovinotto senz'arte, era un gran pittore.... Cio, intendiamoci, le
tre lingue tabane andavano dicendo tutt'altro: Spinello Spinelli, a
sentirle, era un pittoruccio da pochi soldi che scroccava la noma di
grande artista, facendosi fare il suo quadro da mastro Jacopo di
Casentino. Il vanitoso si vestiva delle penne del pavone; laonde era
giusto che fosse solennemente scorbacchiato. Ma accade di certi
vituperi, che facciano effetto contrario alle intenzioni dei
calunniatori. Rammentate che Spinello Spinelli era vissuto ignoto fino
a quel d. Se fosse stato davvero un gran pittore, o gabellato per
tale, e qualcheduno fosse saltato fuori a dire che un altro dipingeva
ed egli ci metteva il suo nome, sicuramente la cosa sarebbe stata
creduta per intiero da molti, e per met da tutti i restanti. Ma
nessuno sapeva ancora che Spinello Spinelli avesse mai posto il
pennello su d'un muro, e il richiamare cos di schianto su lui
l'attenzione dell'universale non poteva fargli che bene.
--Gi, si capisce, invidiosi!--diceva la gente, crollando il capo in
aria di compassione.--Il figliuolo di messer Luca giovane, e ai suoi
compagni gli sa male che il pulcino rompa il guscio prima di loro. Ma
se Jacopo di Casentino gli ha dato a dipingere una delle medaglie che
erano stale allogate a lui, bisogna dire che ha stima del suo
discepolo, e come! Quanto al dipinger lui per lo scolaro, o come si
potrebbe intendere? Per danari, no certo, che gli Spinelli fanno gi
molto ad accozzare il pranzo con la cena. Per un suo capriccio? La
grazia di quel capriccio, che vi fa rinunziare alla fama e ai
quattrini! E poi, che capriccio d'Egitto? Mastro Jacopo d a Spinello
Spinelli la sua bella figliuola, un bottoncino di rosa, un occhio di
sole che non ha voluto dare neanche al Buontalenti, ad un ricco
sfondato. Sapete che lui s'era messo in capo di darla ad un pittore.
La darebbe ad un suo fattore, se questi non avesse ingegno e pratica
da stargli a paro? No, no, le son chiacchiere d'invidiosi; tenete per
fermo che questo Spinelluccio uno sparviero nidiace, il quale ha gi
messe le penne maestre e pu far caccia da s.--
Cos, contro l'intenzione dei tre sparlatori, il giovinetto and in
breve ora per le bocche di tutti, come un speranza dell'arte. Era
inoltre aretino di nascita, e questo argomento della patria, per una
volta tanto, faceva servizio. In quel risorgimento dell'arte italiana,
Arezzo non aveva ancora un pittore di vaglia che fosse nato fra le sue
mura. Quind'innanzi si avrebbe avuto lui, e si sarebbe detto: Spinello
Aretino. Che vi par poco?
Nacque in tutti una gran voglia, una voglia spasimata, una voglia
matta, di vedere il dipinto. Aspettando che fosse levata l'impalcatura
e scoperto l'affresco, s'incominciava a salutare Spinello per via,
anche senza essere in dimestichezza con lui.
--Buon d, maestrino!--gli dicevano.--Come va l'opera vostra?
--Bene, grazie al cielo;--rispondeva il giovane facendosi tutto
rosso;--ancora otto o dieci giorni di lavoro, e si lever il ponte. Ma
ho una gran paura di non rispondere alla vostra aspettazione. Se per
avventura mi fosse riescita una ciambella senza buco?--
E si rideva, alle scherzose parole, e gli si augurava che anche quella
riescisse, come tutte le ciambelle per bene.
Ma ci che egli diceva per celia, temevano di buono i massari del
Duomo vecchio. Che diamine era saltato in mente a mastro Jacopo, di
commettere ad un suo fattore, novellino nell'arte, un'opera di quella
importanza, che era stata allogata a lui? Per caso, mastro Jacopo si
faceva beffe di loro? O si doveva argomentare da quel fatto che egli
per ingordigia di mestierante usasse accettar commissioni a furia, che
poi, non riuscendo a sbrigarle, doveva spartire tra i suoi pittorelli
di bottega? A buon conto non intendevano di passargli la gherminella,
e gliene muovevano rimprovero.
Ma Jacopo di Casentino aveva risposto da par suo alle osservazioni dei
massari.
--Vi ho promesso,--diceva,--di fare il meglio che sapessi. Ora, che
cosa direste, miei degni messeri, se io vi dessi per il vostro danaro
anche meglio di quello che so far io?
--Meglio!--esclamavano i massari!--Eh via.
--S meglio, vi ripeto. Non fo per chiasso. Spinello Spinelli
giovane, come sapete. Ma un uomo ha forse mestieri d'invecchiare, per
farvi il suo capo d'opera? Quello un ragazzo che vale assai, e
passer non solo avanti a me, ma anche a molti altri.
--Si vede che ci avete fitto ii capo;--notarono facetamente i massari.
--S, messeri, ci ho fitto il capo. Ma credo anche di poter dire che
non fo ad ingannare nessuno. A quel giovinetto io gli concedo la mia
figliuola, con duemila fiorini del sole e tutto il resto che ella
potr avere, quando io passer a miglior vita, che sar il pi tardi
possibile. Volete voi, messeri onorandissimi, reputarvi in ci pi
avveduti di me?
--Mastro Jacopo, voi sapete il proverbio: ognun pu far della sua
pasta gnocchi. Ma noi non ispendiamo del nostro; noi amministriamo il
denaro della comunit.
-- giusto. Ed io non vi chieder nulla per l'opera di Spinello, se
essa non sar tale da piacervi. S'intende,--aggiunse prontamente
mastro Jacopo, da quell'uomo prudente che egli era,--s'intende che in
tal caso faremo rastiare il muro, e voi pagherete a me il prezzo
pattuito, quando ci avr dipinto io un'altra medaglia. Vi avverto, per
altro, che la mia non sar punto migliore della sua.--
I massari non avevano trovato nulla a ridire in una proposta cos
ragionevole. E la loro curiosit fu maggiormente stuzzicata dal tono
di sicurezza con cui egli parlava.
Dieci giorni dopo l'affresco era condotto a termine e lo si poteva
scoprire. Immaginate voi come si spargesse prontamente la notizia in
citt e quanta gente accorresse a contemplare il dipinto. In Arezzo
non si parlava pi d'altro.
Tolto nella notte il tavolato, nella mattina si erano levati i ponti;
indi la chiesa era stata aperta ai visitatori. Primi avevano potuto
vedere il dipinto i massari del Duomo vecchio, i canonici, il clero e
gli anziani del Comune. Dopo questi maggiorenti era entrato il popolo,
e tutti via via si erano inoltrati fin sotto l'arco della cappella,
per guardare la vlta, dove quel valentuomo di san Donato faceva il
suo bravo miracolo con un crocione trinciato per aria.
Spinello non era presente, che non aveva ardito restar l, fatto segno
alle occhiaie curiose dei suoi cittadini, e fors'anche ai loro appunti
poco benevoli. Sapete gi che egli non aveva pi fede nella bont
dell'opera sua, quando gli era toccato di spolverizzarla dai cartoni
sul muro. Figuratevi poi come dovesse parergli, quando la vide
compiuta. Ma in suo luogo era mastro Jacopo, fiero in arme come un
paladino al passaggio d'un ponte.
15:03
Scritto da: causaco
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